sabato 12 aprile 2008

New Zealand: Il mistero dei suoni e delle uova della terra

Per la seconda volta nel giro di tre mesi, eccomi di nuovo all’aeroporto di Christchurch, di nuovo di notte, di nuovo a dormirci; questa volta, però, non da solo.
Il viaggio mio e di Vivi comincia qui.

Passata la prima giornata a passeggiare per la città, il giorno seguente andiamo a ritirare la nostra Jucy: il minvan che abbiamo preso a noleggio per questo mese in Nuova Zelanda.
Terminati i preparativi, fatta la spesa, caricati i bagagli e scippata la pentola per la pasta al Base Backpackers, partiamo.

Ci dirigiamo alla volta di Lake Tekapo e Aoraki, la montagna che i Maori considerano un dio.

Quando si arriva alle sue pendici è chiaro il perché.

Una cresta di montagne con Aoraki che spicca, tutto coperto da ghiacciai perenni.
Lo spettacolo del disgelo è impressionante.
Se guardate bene la foto noterete un puntino giallo sul lago, quello è un motoscafo.

La meta successiva sono le sfere di roccia.
Purtroppo arriviamo sul posto al momento sbagliato (alta marea) e con decisamente il tempo sbagliato (pioggia, vento e mareggiata).
E fu così che un tronco, trasportato da un’onda, mi ha simpaticamente falciato facendomi fare un bagno indesiderato, con macchina fotografica e cellulare che, da quel giorno, non si sono mai più ripresi.

Vivi, mossa a compassione, mi dà in cogestione la sua macchina fotografica per le settimane a venire e, animato da una questione di principio, il giorno dopo sono di nuovo a fronteggiare le sfere di roccia.
L’esistenza di queste formazioni rimane tuttora per i geologi qualcosa di inspiegabile.
L’idea che danno è quella di gigantesche uova di pietra, partorite dalla terra, che cercano il mare per schiudersi.

Si scende ancora lungo la costa est dell’isola del sud e arriviamo alla Otago Peninsula.
La punta di questa penisola è nota per essere la sede dell’unica colonia di albatros reali sulla terraferma.
Un incontro che ho sognato da quando ero bambino.
Un’attesa lunghissima, ricompensata dal loro volo.
I signori del cielo.

È tempo di attraversare l’isola del sud e andare sulla costa ovest, nella foresta.
La parte più a sud di questa costa e stata scavata dalle correnti marine fino a creare un dedalo di fiordi che, con scarsa fantasia, le è valsa il nome Fiordland.
Il più famoso di questi, nonché l’unico accessibile dalla terraferma, è Milford Sound.
“Sound” è il nome con cui i neozelandesi chiamano i LORO fiordi.
Tutti i fiordi del mondo sono “Fjords”, quelli neozelandesi “Sounds”.
Ho chiesto inutilmente in giro il motivo di questo nome e la risposta è sempre stata: “I don’t know, they’re just “sounds””.
Visto che la ragione del nome è un mistero, mi piace pensare che il motivo siano i suoni che il vento fa serpeggiando tra le rocce del fiordo.
Quale che sia il nome, comunque, lo spettacolo è garantito.

Sulla strada incontriamo un altro curioso luogo chiamato Mirror Lakes.
La trovata dei ranger del parco è a dir poco esplicativa.

La strada per Milford Sound è senza uscita, quindi, per proseguire sulla costa ovest, siamo costretti a farla a ritroso verso l’interno, e tornare sulla costa più a nord.

Questo ci porta a incontrare sul nostro cammino Lake Manapuori; uno lago tra le montagne dall’acqua gelida e cristallina.
Così bello da non poter resistere al tuffarsi, nonostante la temperatura.

Lungo la strada abbiamo anche il piacere di incontrare le vere signore della Nuova Zelanda: le pecore.

Arriviamo infine a Queenstown dove facciamo sosta per spesa e bucato.

Prossima tappa, foresta pluviale!

giovedì 13 marzo 2008

A New Beginning

Poco dopo aver ricominciato la vita ordinaria dopo le feste, il mio lavoro di giardiniere viene interrotto a causa di piccole incomprensioni tra il mio capo e la realtà.
E finisco a fare consegne di pagine gialle.
Anche Silvia, un’altra del gruppo di Darwin, ci raggiunge a Melbourne e alla nostra piccola comitiva italiana si aggiunge anche Julien, un francese che ha fatto l’errore di darci corda.

Tra lanci di pagine gialle, collaborazioni culinarie Italia-Francia i giorni passano veloci.

Il momento di partire arriva.

E così, io e Viviana, ci troviamo a salutare tutti gli amici che son stati con noi in questi ultimi mesi.
Bruno, Silvia, Julien, Paul, Sam, Simon e tutti gli altri.

Ai saluti dopo un po’ ci si abitua, ma non è mai piacevole.

Con zaini in spalla ci dirigiamo alla stazione dei treni per prendere il Sydney night train.
Dalle finestre del treno saluto questa città ancora una volta; questa volta però so che sarà per molto tempo.


Dopo una nottata spacca-schiena, ravvivata da un tizio che ha dato fuori di matto è stato “accompagnato” fuori dal treno dalla polizia, eccoci finalmente a Sydney.
La grande metropoli d’Australia.

Da bravo turista, mi faccio accompagnare dalla Vivi (lei qui è di casa) in giro per i luoghi scenici della città.

Opera House

L'Harbour Bridge

E ovviamente non potevo perdermi l’acquario dove, FINALMENTE, riesco a vedere l’ornitorinco.

Dopo una bella giornata di sole, mentre passeggiavamo sul ponte, il maltempo prende il sopravvento.

E ci ritroviamo a passare i restanti due giorni sotto una pioggia ininterrotta e torrenziale.

Dopo peripezie di ogni genere riusciamo a ultimare i preparativi e recarci in aeroporto.

Dopo 14 mesi in Australia è tempo di un nuovo capitolo.
Da qui comincia la prima parte della nostra avventura.

Si parte all’esplorazione della Nuova Zelanda!

martedì 15 gennaio 2008

Vita (pseudo) ordinaria e festività

Se escludiamo che vivo in un ostello, che lavoro per un are-krishna che ha esagerato con gli acidi, che il mio vecchio datore di lavoro voleva pagarmi in maryuana e che a dicembre ci sono tra i 30 e i 40 gradi, potrei dire che nelle ultime settimane ho condotto una vita molto normale.
Anche Viviana ha trovato lavoro e facciamo vita regolare.

I viaggi on the road sembrano secoli fà.

Passiamo natale in ostello con tutti gli altri scappati di casa e Paul in veste di papà.

Si va in spiaggia e ci si godono le ferie (a parte la povera Vivi che lavora senza sosta).
Passiamo un capodanno tranquillo passeggiando per la città in festa.

Al nostro ritroviamo anche un simpatico Huntsman a farci compagnia in camera nostra.
Ovviamente, seppur non avendo un bazooka, abbiamo disposto di lui.

Dopo le feste, di nuovo alle prese col lavoro.

Decisamente diverso dall'anno scorso.
Ma la situazione è cambiata molto, e io anche.

Ora l'obiettivo è rimettersi in viaggio al più presto.
Con l'ambizioso obiettivo di fare Malesia-Italia via terra.

E sarà tutta un'altra avventura.
Buone feste a tutti!

Con questo post dichiaro ufficialmente di aver ripreso la giusta timeline. Chiedo scusa a tutti gli amici e parenti che non hanno avuto mie notizie da mesi, se non per passaparola.

A presto

Un bizzarro diversivo

Le settimane passano velci come il vento.
Lavoricchio in ostello insieme a Viviana e mi trovo anche un lavoro come Landscaper, alias, costruttore di giardini.
La data di scadenza del mio visto si avvicina ma sono tranquillo.
So già come fare.
Aiutai Riccardo a fare lo stesso trucco per avere un'estensione di visto di un mesetto.
Ma quello era il pacifico Western Australia.
Qui siamo nel precisissimo Victoria.

La mia domanda viene rifiutata a priori.

Devo lasciare il paese nel giro di 4 giorni.
Prendo il primo biglietto per la Nuova Zelanda.
Scopro poi di non poter prendere un nuovo visto (turistico) fino a che non scade il mio attuale.
Attendo qualche giorno e vado in aeroporto.
Non mi vogliono far decollare perchè non avrei un visto valido per tornare.
Li faccio ragionare e salgo sull'aereo.
Sposto il mio ritorno di una settimana per non dare nell'occhio, visto che l'immigration neozelandaese può rispedirti indietro se sei li solo per rinnovare il visto australiano.
Racconto palle colossali all'immigration Neozelandese e li convinco.
Arrivo a Christchurch sano salvo e impunito.
Al che mi accingo a fare il visto turistico via internet con l'aiuro di Cecca, ma scopro di avere ancora un giorno di validità poichè l'immigration australiana, non si sa bene perchè, conta l'anno di 366 giorni.

Così mi ritrovo a vagare per Christchurch.

Con solo uno zainetto con dentro un asciugamano e la macchina fotografica, e l'angoscia che altri problemi possano venire a galla.

Seppur a causa dell'ennesima presa per il culo fattami dal governo australiano, mi godo qualche scorcio di Nuova Zelanda.
E devo dire che mi ha parecchio invogliato a visitarla molto bene dopo qualche mese.

Alle 2 del mattino mi ritrovo davanti a un computer a provare ad ottenere il mio visto.
Alle 2.30 esulto! Posso tornare in Australia.

Sposto il mio volo al giorno dopo e crollo esausto nel letto dell'ostello.

La mattina seguente torno in aeroporto.
Racconto palle all'immigration neozelandese sul perchè tornassi dopo un giorno.
Mi credono.
Prendo l'aereo.
Racconto palle all'immigration australiana sul perchè fossi di nuovo li dopo 30 ore.
Mi credono.

E finalmente torno in ostello a Melbourne.
Durante la mia assenza è arrivato qui anche Bruno (da Darwin).
E tutti insieme ci godiamo una bella cena per festeggiare.

Un'avventura da brivido durata 30 ore in Nuova Zelanda.
Con la paura di non poter tornare.
Qualcos'altro che racconterò ridendoci su.
Ma che mi ha fatto capire, seppur in minima parte, cosa si provi ad essere un emigrante.

E la gioia che si prova quando tutto finisce bene.

Back to Melbourne

Tornare a Melbourne questa volta significa cambiamento.
Un po' come lo ha significato quando ci sono arrivato la prima volta un anno fa.

E come un anno fa torniamo al Collingwood Accomodation e reincontriamo Paul.
Chiacchieriamo un po' e visti i nostri indefiniti programmi e la nostra disastrosa condizione finanziaria, ci offre di stare qualche notte senza pagare.
La mattina seguente mi propone di diventare night manager dell'ostello in cambio una bella stanza doppia.
Il programma si definisce.
Viviana finalmente mi raggiunge, questa volta definitivamente.
Staremo qua un paio di mesi per metter via un po' di soldi e poi riparemo alla volta della Nuova Zelanda, e in seguito dell'Asia.

Dopo qualche giorno passato nuovamente insieme Luca deve partire.
Per lui è arrivato il momento di tornare.
E un saluto del genere è talmente difficile da fare, che quando ci provi sembra quasi freddo.
Un anno, seppur con mesi trascorsi in luoghi diversi, passato insieme.
Cominciato quasi per scherzo, si è trasformato in un'esperienza unica.
E tutti i ricordi di quest'avventura ce li porteremo sempre, e ci rideremo su ancora quando, vecchi, ci ripenseremo, chiaccherando davanti a un bicchiere di vino o una tazzina di caffè.

Farewell my friend.
We'll meet again.

Tasmania Parte III

"Hit the road"
Una della più popolari frasi in Australia.
Una nazione in cui viaggiare in macchina, van, camper o roulotte per migliaia di kilometri è cosa comune.
Qui tante persone, raggiunta la pensione, vendono tutto, comprano un camper gigantesco e vivono viaggiando per le strade di questo continente.
Questa frase la impari presto.
E la ripeti molto più di quanto pensi.
Fino al punto di sentir salire l'emozione solo a sentirla pronunciare.
Perchè già sai cosa significa.

Si riparte.

Ed entriamo nella foresta pluviale, al cospertto delle Russel Falls.

E degli alberi giganti.
Veri propri monumenti di un luogo in cui l'uomo è arrivato da poco.
Così imponenti da suscitare una sensazione di rispetto nei loro confronti.

Proseguiamo per una strada senza uscita che termina alla congiunzione di due laghi.
Passando per luoghi incantati e desolati.

Fino ad arrivare dove l'uomo ha posto i suo marchio con una diga gigantesca.
Da dove però, complice il tempo instabile della zona, si vedono gli arcobaleni più belli.
E dove posso sfoggiare il mio completo da avventuriero.

Torniamo indietro e prendiamo l'unica strada che attraversa la foresta per intero.
Arrivando fino a Strahan.
L'unico porto della costa Ovest.
Dove il vento è talmente forte da creare dune di sabbia alte più di 15 metri.

Da qui tagliamo all'interno alla volta di Cradle Mountain.
Purtroppo ci arriviamo in brutto momento.
E' arrivata una corrente fredda dall'Antartide che ha portato con se neve.
Decidiamo di rimandare la visita e di tagliare nuovamente tutta la Tasmania fino alla costa Est.
Arrivati a St Helens rendiamo facilmente riconoscibili le nostre origini milanesi.

Prendiamo qualche informazione e ci rechiamo a Skeleton Bay.
Con le sue scogliere.

E le sue spiagge dove, se non fosse per il mare gelido, potresti sentirti tranquillamente ai Caraibi.

Riattraversiamo nuovamente mezza Tasmania e torniamo a Cradle Mountain.
Che questa volta ci accoglie con un clima più mite.
Pur preservando su di essa parti innevate.

Facciamo un bel giretto sulla costa nord e passiamo la nostra ultima notte tasmaniane a Penguin.
Che, come dice il nome, è nota per la sua colonia di pinguini.
Simpatici animaletti con cui ci mettiamo un po' a giocare.

Il giorno successivo torniamo a Devonport per riprendere la Spirit of Tasmania.
Lungo la strada un cartello ci ricorda una nostra grave mancanza.
Non aver visto l'ornitorinco.

Ma è solo rimandato alla prossima volta.
Così si concludono due settimane incredibili su questa isola.
E finalmente comprendo le parole di Riccardo.
"Quando sarò in pensione prenderò una casa in Tasmania e passerò li la mia vecchiaia"

Potremmo ritrovarci vicini di casa.

Tasmania Parte II

Dopo diverse peripezie arriviamo a casa di Claire dove veniamo accolti da Alison, sua madre, e Peep, il cane.

Ci ritroviamo in una villa enorme, con 2 ettari di giardino, sala biliardo, piscina, campo da tennis, maneggio, stalla, arena da equitazione, il tutto vista mare.
Alison ci da la nostra stanza, chiedendoci se preferiamo una stanza assieme o una stanza a testa.
Un po' allibiti optiamo per la doppia. Due singole ci pareva eccessivo.
Dopo una doccia, ci viene spiegato come raggiungere la festa dove si trovava Claire.
Lungo la strada ci chiediamo se avessimo sognato o fosse realtà.

Arrivati al luogo della festa (con circa 3 ore di ritardo), a festa pressochè conclusa, incontriamo finalmente Claire, che ci accoglie in qust'altra villa gigantesca frontemare.
Ci ritroviamo in mezzo a un gruppo di gente che aveva tutta l'aria di essere "alta società tasmaniana".
E, ovviamente, con il savoire faire di chi vive in un van da mesi, ci avventiamo sul cibo.

Praticamente siamo arrivati, abbiamo mangiato, bevuto, scambiato quattro convenevoli e il risultato è stato sentirci dire "non sapete come sono contenta che siate riusciti ad arrivare".
Si, dai, stiamo sognando.

Si torna a casa e si va tutti a dormire.

Il giorno dopo realizziamo che non è un sogno.
Mentre Alison ci preparava la colazione, reincontriamo anche Peter, il padre, e la famiglia riunita inizia a farci il programma dei giorni a seguire, con Claire che ci avrebbe fatto da guida per tutta quella zona di Tasmania.

Dall'idea di fermarsi a Hobart un paio di giorni ci siamo ritrovati a passarci una settimana.

Claire ci porta a vedere le Husting Caves...

e la Tasman Peninsula

Ma noi vogliamo di più! Vogliamo i Diavoli!
Ed eccoci accontentati.
Ci porta in parco dove finalmente conosciamo questo adorabile animaletto assetato di sangue.
Il Diavolo Tasmaniano.

Decidiamo di passare una giornata di relax e, mentre Luca si dedica alla letargia, io do una mano a Alison a fare giardinaggio.
Piantiamo due nuove piante e lei mi dice "queste 2 le chiamerò Giovanni e Luca, così mi ricorderò sempre di voi".

E' davvero difficile credere che questo non sia un sogno.

Un giorno si decide di andare su Mount Wellington. La montagna di Hobart.
Gli abitanti la chiamano "The Mountain" ed è amata tutti.
Purtroppo le nuvole basse ci danno visibilità nulla, dalla cima.
Ci dobbiamo "accontentare" di guardare la città da molto più in basso.

Dopo un'intera settimana passata tra gli agi, in una famiglia che ci ha davvero adottati e trattati come parte di essa, è tempo di ripartire.
Abbiamo ancora tanto da vedere e solo una settimana.
Non pensavamo sarebbe stato così difficile salutarli. Ci hanno fatto sentire davvero a casa.
Al momento di salutarci, Alison, con gli occhi lucidi, ci dice "ricordatevi sempre che avete una mamma tasmaniana che vi vuole bene. Tornate presto!".

Con in corpo quella sensazione di quando lasci un luogo che iniziavi a sentire come una casa, lasciamo Hobart alla volta della foresta pluviale.

Ancora una volta si riparte.