Cari amici, vi porto grande notizia!
Apre il mio nuovo blog parallelo, di sole elucubrazioni.
http://freethoughtsofafreethinker.blogspot.com/
A presto su entrambi gli schermi
lunedì 6 ottobre 2008
mercoledì 16 luglio 2008
Un nuovo inizio
Sono ormai mesi che il blog è fermo in questo punto.
Le ragioni sono state tante: il continuo spostarsi freneticamente, la censura cinese che non mi permetteva di accedere, l'idea di dover scrivere a posteriori e tanti altri.
Il mio viaggio mi ha portato attraverso la Malesia, la Tailandia, la Cambogia, il Vietnam e infine la grande Cina, ma non ho intenzione, almeno per ora, di parlare di questo.
Sono ormai quasi due mesi che sono tornato e ancora non avevo scritto nulla.
Scrivere, una passione che, come tante altre, prima di questo viaggio nemmeno sapevo di avere.
Questo lungo viaggio mi ha dato molto più di quanto potessi immaginare.
Mi ha fatto crescere, mi ha fatto cambiare, mi ha fatto scoprire nuove realtà sia fuori che dentro di me e mi ha regalato la cosa più bella.
Nel mezzo di questo turbine di eventi, esperienze, emozioni e pensieri, ho scoperto di avere una vocazione.
Vivere, scoprire e raccontare.
Quando sono partito, mai mi sarei aspettato di tornare con un'idea chiara di ciò che avrei fatto al mio ritorno.
Invece ora so cosa voglio.
Una persona che stimo molto disse tempo fa che "il lavoro perfetto è quello che faresti anche gratis".
Per me questo vuol dire vivere, scoprire e raccontare.
Qui si conclude la prima del viaggio, della storia, della leggenda.
Ho imparato che viaggiare non è arrivare in un punto; è il percorso che si fa per raggiungerlo.
E la vita è un viaggio.
Ringrazio tutte le persone che mi son state vicine e che, inconsciamente o no, mi hanno aiutato a fare questo percorso.
Voglio concludere lasciandovi alcune parole di una persona che, tramite i sui scritti, mi ha, più di tutti, fatto capire qual'è la mia strada.
In sua memoria.
"Sono convinto che, nonostante l'ipermaterialismo e la grande amoralità che dominano attualmente ogni aspetto della vita, i valori di fondo dell'animo umano restano e anche questo mestiere, come altri, in barba a tutti i computer che infreddoliscono la vita, può continuare a essere fatto con calore e passione, può continuare ad essere visto come una missione, un servizio pubblico, un modo di vivere. E più la televisione porterà con immeditezza, ma anche con superficialità, nelle case di tutti gli avvenimenti del mondo ridotti in pillola, più ci sarà bisogno di quelli che vanno a vedere, ad annusare, a commuoversi per una qualche storia vicina o lontana da raccontare a chi avrà ancora voglia di ascoltare."
Tiziano Terzani.
Grazie...
Le ragioni sono state tante: il continuo spostarsi freneticamente, la censura cinese che non mi permetteva di accedere, l'idea di dover scrivere a posteriori e tanti altri.
Il mio viaggio mi ha portato attraverso la Malesia, la Tailandia, la Cambogia, il Vietnam e infine la grande Cina, ma non ho intenzione, almeno per ora, di parlare di questo.
Sono ormai quasi due mesi che sono tornato e ancora non avevo scritto nulla.
Scrivere, una passione che, come tante altre, prima di questo viaggio nemmeno sapevo di avere.
Questo lungo viaggio mi ha dato molto più di quanto potessi immaginare.
Mi ha fatto crescere, mi ha fatto cambiare, mi ha fatto scoprire nuove realtà sia fuori che dentro di me e mi ha regalato la cosa più bella.
Nel mezzo di questo turbine di eventi, esperienze, emozioni e pensieri, ho scoperto di avere una vocazione.
Vivere, scoprire e raccontare.
Quando sono partito, mai mi sarei aspettato di tornare con un'idea chiara di ciò che avrei fatto al mio ritorno.
Invece ora so cosa voglio.
Una persona che stimo molto disse tempo fa che "il lavoro perfetto è quello che faresti anche gratis".
Per me questo vuol dire vivere, scoprire e raccontare.
Qui si conclude la prima del viaggio, della storia, della leggenda.
Ho imparato che viaggiare non è arrivare in un punto; è il percorso che si fa per raggiungerlo.
E la vita è un viaggio.
Ringrazio tutte le persone che mi son state vicine e che, inconsciamente o no, mi hanno aiutato a fare questo percorso.
Voglio concludere lasciandovi alcune parole di una persona che, tramite i sui scritti, mi ha, più di tutti, fatto capire qual'è la mia strada.
In sua memoria.
"Sono convinto che, nonostante l'ipermaterialismo e la grande amoralità che dominano attualmente ogni aspetto della vita, i valori di fondo dell'animo umano restano e anche questo mestiere, come altri, in barba a tutti i computer che infreddoliscono la vita, può continuare a essere fatto con calore e passione, può continuare ad essere visto come una missione, un servizio pubblico, un modo di vivere. E più la televisione porterà con immeditezza, ma anche con superficialità, nelle case di tutti gli avvenimenti del mondo ridotti in pillola, più ci sarà bisogno di quelli che vanno a vedere, ad annusare, a commuoversi per una qualche storia vicina o lontana da raccontare a chi avrà ancora voglia di ascoltare."
Tiziano Terzani.
Grazie...
mercoledì 23 aprile 2008
Surfers Paradise
Dopo l’ennesima notte in aeroporto e dopo tre ore di volo sull’aereo più scomodo che io abbia mai preso (ci sarà un motivo se la compagnia in questione, il mese successivo, chiuderà i battenti), atterriamo finalmente all’aeroporto della Gold Coast.
Ufficialmente, questo aeroporto, fa capo alla cittadina di Coolangatta (nome che, come noterete, a orecchio italiano, ricorda infelicemente sfinteri e felini).
In realtà, tutti i paesi e cittadine che sorgono su questa striscia di spiaggia bianchissima, lunga più di 60 kilometri, sono assimilabili in un’unica entità urbana, la Gold Coast appunto, che fa capo a Surfers Paradise, la nostra meta.
Siamo costretti a passare qui tre giorni in attesa del volo successivo per la Malesia, e come ogni volta, si ripresenta il solito circo dei controlli australiani.
Si comincia con il controllo passaporti.
L’agente prende il mio passaporto, lo controlla e mi dice: “attenda qui per favore”
Arriva il superiore e, con l’espressione sorridente di chi ha beccato il nipote con le mani nella marmellata, dice: “è la terza volta che entri in Australia, fai avanti e indietro per i visti eh?”
Io, con aria innocente: “no, guardi, ripasso di qua solo per qualche giorno per una coincidenza aerea”.
Un po’ sorpreso che non fossi inginocchiato e in lacrime, a chiedergli di lasciarmi entrare, mi risponde con l’aria di uno a cui non là si fa in barba: “uhmmm, ok, ma guarda che ti stiamo tenendo d’occhio!”
Sorrido, timbra, e sono di nuovo in Australia.
Controllo bagagli: sia io che Vivi, abbiamo gli scarponi che sono una crosta di fango.
In Australia hanno il terrore, anche a ragione bisogna ammettere, di qualunque entità biologica proveniente dall’esterno (di cui ad esempio il fango potrebbe essere portatore).
Al modico prezzo di farci aprire e svuotare completamente i bagagli, a mio parere per vendetta, ce li tirano a lustro.
Ringraziamo e usciamo.
Prendiamo il bus e andiamo a Surfers Paradise.
Questo luogo ha il fascino di una colata di cemento sulla spiaggia.
La lunga fila di mostruosi grattacieli a bordo spiaggia è impressionante.
Questo è il luogo più turistico dell’Australia, dove il denaro ha ampiamente rimpiazzato il buon senso.
Fino agli anni ‘30, questo posto si chiamava Elston ed era una tranquilla cittadina su una splendida e gigantesca spiaggia.
Nel 1933 però, un bizzarro sindaco, decise che quella spiaggia andava sfruttata turisticamente e, come prima mossa pubblicitaria, bisognava cambiare il nome della città.
L’illuminazione lo colse quando incappò nel Surfers Paradise Hotel (che è stato in seguito spianato per far posto ad un centro commerciale).
Il nome gli piacque a tal punto che divenne il nome della città.
La mossa riuscì alla perfezione e grandi masse di turisti iniziarono a riversarsi nella piccola cittadina che, presto, si ritrovò ad avere un grosso problema di mancanza di infrastrutture turistiche.
Venendo a sapere di questa situazione e vedendoci un’enorme fonte di guadagno, un noto gruppo d’imprenditori giapponesi, la Yakuza, iniziò a costruire il mostruoso muro di grattacieli che ancora oggi si sta espandendo sulla Gold Coast.
Tre giorni, in una città dove l’età media è 20 anni e la cui principale preoccupazione è la festa che si svolgerà la sera, sono più che sufficienti a fartela odiare.
Al momento di registrarsi in ostello, la ragazza in reception guardandomi con sorriso malizioso mi dice: “siete in camera con altre quattro ragazze, sei proprio fortunato, da solo con cinque ragazze”
Io:“quanti bagni ci sono?”
Lei: “uno solo, in camera”
Il mio pensiero: “sono fottuto”
Essendo bloccati qui e non essendoci un gran che da fare, investiamo il nostro tempo riposandoci dopo il mese in New Zealand e preparandoci ad affrontare l’Asia.
Finalmente il momento arriva.
Abbandoniamo l’ostello, saliamo sul bus e torniamo all’aeroporto.
Al check-in ricomincia un nuovo teatro.
Noi abbiamo un biglietto di sola andata e la hostess non vuole farci imbarcare perché poi non potremmo uscire e il visto dura solo 30 giorni.
Mentre cercavo di spiegarle che era tutto a posto e che il nostro piano era quello di andare poi in Tailandia via terra, mi è sorto il dubbio, guardando nei suoi occhi vacui, che lei non avesse nemmeno l’idea che si potesse passare da uno stato all’altro senza prendere un aereo.
Passi che in Australia è vero che senza un aereo non si va da nessuna altra parte; passi che non ci sia, ormai, molta gente che attraversa le frontiere via terra (se non Italia/Svizzera per andare a far benzina); ma comunque mi è sembrato qualcosa di fuori dal mondo.
Dopo venti minuti di teatro, in cui ha controllato tre volte che quel che le dicevo fosse qualcosa di realmente possibile, finalmente ci fa passare dicendoci: “io vi faccio salire ma se poi non vi fanno entrare in Malesia non è mia responsabilità”.
Con il sorriso tipico di quando si assecondano i folli, la ringraziamo e saliamo sul nostro aereo.
Asia, arriviamo!
Ufficialmente, questo aeroporto, fa capo alla cittadina di Coolangatta (nome che, come noterete, a orecchio italiano, ricorda infelicemente sfinteri e felini).
In realtà, tutti i paesi e cittadine che sorgono su questa striscia di spiaggia bianchissima, lunga più di 60 kilometri, sono assimilabili in un’unica entità urbana, la Gold Coast appunto, che fa capo a Surfers Paradise, la nostra meta.
Siamo costretti a passare qui tre giorni in attesa del volo successivo per la Malesia, e come ogni volta, si ripresenta il solito circo dei controlli australiani.
Si comincia con il controllo passaporti.
L’agente prende il mio passaporto, lo controlla e mi dice: “attenda qui per favore”
Arriva il superiore e, con l’espressione sorridente di chi ha beccato il nipote con le mani nella marmellata, dice: “è la terza volta che entri in Australia, fai avanti e indietro per i visti eh?”
Io, con aria innocente: “no, guardi, ripasso di qua solo per qualche giorno per una coincidenza aerea”.
Un po’ sorpreso che non fossi inginocchiato e in lacrime, a chiedergli di lasciarmi entrare, mi risponde con l’aria di uno a cui non là si fa in barba: “uhmmm, ok, ma guarda che ti stiamo tenendo d’occhio!”
Sorrido, timbra, e sono di nuovo in Australia.
Controllo bagagli: sia io che Vivi, abbiamo gli scarponi che sono una crosta di fango.
In Australia hanno il terrore, anche a ragione bisogna ammettere, di qualunque entità biologica proveniente dall’esterno (di cui ad esempio il fango potrebbe essere portatore).
Al modico prezzo di farci aprire e svuotare completamente i bagagli, a mio parere per vendetta, ce li tirano a lustro.
Ringraziamo e usciamo.
Prendiamo il bus e andiamo a Surfers Paradise.
Questo luogo ha il fascino di una colata di cemento sulla spiaggia.
La lunga fila di mostruosi grattacieli a bordo spiaggia è impressionante.
Questo è il luogo più turistico dell’Australia, dove il denaro ha ampiamente rimpiazzato il buon senso.
Fino agli anni ‘30, questo posto si chiamava Elston ed era una tranquilla cittadina su una splendida e gigantesca spiaggia.
Nel 1933 però, un bizzarro sindaco, decise che quella spiaggia andava sfruttata turisticamente e, come prima mossa pubblicitaria, bisognava cambiare il nome della città.
L’illuminazione lo colse quando incappò nel Surfers Paradise Hotel (che è stato in seguito spianato per far posto ad un centro commerciale).
Il nome gli piacque a tal punto che divenne il nome della città.
La mossa riuscì alla perfezione e grandi masse di turisti iniziarono a riversarsi nella piccola cittadina che, presto, si ritrovò ad avere un grosso problema di mancanza di infrastrutture turistiche.
Venendo a sapere di questa situazione e vedendoci un’enorme fonte di guadagno, un noto gruppo d’imprenditori giapponesi, la Yakuza, iniziò a costruire il mostruoso muro di grattacieli che ancora oggi si sta espandendo sulla Gold Coast.
Tre giorni, in una città dove l’età media è 20 anni e la cui principale preoccupazione è la festa che si svolgerà la sera, sono più che sufficienti a fartela odiare.Al momento di registrarsi in ostello, la ragazza in reception guardandomi con sorriso malizioso mi dice: “siete in camera con altre quattro ragazze, sei proprio fortunato, da solo con cinque ragazze”
Io:“quanti bagni ci sono?”
Lei: “uno solo, in camera”
Il mio pensiero: “sono fottuto”
Essendo bloccati qui e non essendoci un gran che da fare, investiamo il nostro tempo riposandoci dopo il mese in New Zealand e preparandoci ad affrontare l’Asia.
Finalmente il momento arriva.
Abbandoniamo l’ostello, saliamo sul bus e torniamo all’aeroporto.
Al check-in ricomincia un nuovo teatro.
Noi abbiamo un biglietto di sola andata e la hostess non vuole farci imbarcare perché poi non potremmo uscire e il visto dura solo 30 giorni.
Mentre cercavo di spiegarle che era tutto a posto e che il nostro piano era quello di andare poi in Tailandia via terra, mi è sorto il dubbio, guardando nei suoi occhi vacui, che lei non avesse nemmeno l’idea che si potesse passare da uno stato all’altro senza prendere un aereo.
Passi che in Australia è vero che senza un aereo non si va da nessuna altra parte; passi che non ci sia, ormai, molta gente che attraversa le frontiere via terra (se non Italia/Svizzera per andare a far benzina); ma comunque mi è sembrato qualcosa di fuori dal mondo.
Dopo venti minuti di teatro, in cui ha controllato tre volte che quel che le dicevo fosse qualcosa di realmente possibile, finalmente ci fa passare dicendoci: “io vi faccio salire ma se poi non vi fanno entrare in Malesia non è mia responsabilità”.
Con il sorriso tipico di quando si assecondano i folli, la ringraziamo e saliamo sul nostro aereo.
Asia, arriviamo!
sabato 12 aprile 2008
New Zealand: Gli Dei e la via degli spiriti
La sera arriviamo al Tongariro National Park.
Su questo altopiano sorgono i due Dei, due colossi che ammiriamo con la luce del tramonto
Tongariro, il signore dei vulcani, avvolto da un manto di nuvole
E Ruapeu, il vulcano più alto e imponente del parco, noto per aver interpretato il Monte Fato nel “Signore degli Anelli”.
La mattina seguente partiamo per andare a conquistare la vetta di Ruapeu.
Un po’ per ottimismo, un po’ per disinformazione, sottovalutiamo parecchio l’impresa.
Arriviamo con la seggiovia a quota 2000 metri.
Ne rimangono 680 alla vetta.
Non esistono sentieri.
Quello che abbiamo è solo una mappa della zona.
Ci arrampichiamo tra le rocce e i ghiacciai.
Passiamo lo strato delle nuvole e andiamo ancora su.
Tongariro ci guarda maestoso.
E si sale ancora fino alla cresta del cratere.
E si arriva al Dome, la vetta.
Sono passate quasi 3 ore e abbiamo appena il tempo per riposarci un attimo, che è già ora di tornare giù.
La seggiovia alle 4:00 chiude, e, se si perde l’ultimo giro, sono 2000 metri di discesa.
In discesa prendiamo una strada diversa che passa dai ghiacciai.
Ed è così che ci ritroviamo a scivolare sul ghiaccio e a saltare i piccoli fiumi del disgelo.
Confesso che più di una volta ho temuto di non fare a tempo, ma, alla fine, dopo più di 2 ore di discesa, ecco di nuovo la seggiovia.
Siamo riusciti nell’impresa.
Abbiamo conquistato la vetta del Monte Fato.
Tanto distrutti quanto soddisfatti ci rimettiamo in marcia verso nord.
Ripassiamo da Rotorua a farci un bagno nelle sorgenti termali e proseguiamo per la Coromandel Peninsula e poi su verso Aukland.
Passiamo Aukland dall’alto della soprelevata e continuiamo verso il nord.
La foresta dei Kauri è una tappa obbligata.
I Kauri sono gli alberi giganti della Nuova Zelanda; gli dei della foresta.
Dopo gli onori del caso ripartiamo, diretti sempre più a nord.
Sulla via incontriamo dune gigantesche che formano vere e proprie penisole.
A sera arriviamo a Ninety Mile Beach.
150 kilometri di spiaggia larghissima e bianca, percorribile in macchina.
Ovviamente col limite dei 100km/h.
In Nuova Zelanda non importa come sia la strada; se stretta, sterrata, su una spiaggia o in cima a una montagna con accanto il precipizio, se è fuori città il limite è sempre e comunque 100km/h.
Da Ninety Mile Beach ammiriamo un tramonto meraviglioso e ripartiamo.
Infine, sotto un vento violentissimo e pioggia ininterrotta arriviamo a Cape Reinga, la punta estrema dell’isola.
Dove gli oceani si incontrano.
I Maori dicono che le anime dei loro morti, ovunque siano, tornano in Aotearoa (il nome Maori della Nuova Zelanda), la percorrono tutta fino a qui, per poi lasciare il mondo terreno, li, dove gli oceani si incontrano.
Ormai il mese è agli sgoccioli, è tempo di tornare a Aukland a restituire la Jucy.
Spendiamo l’ultima giornata nell’unica vera metropoli di questa nazione e, dopo una nottata in aeroporto, prima dell’alba, si risale sull’aereo.
Si torna in Australia.
Kia-Ora Aotearoa.
Su questo altopiano sorgono i due Dei, due colossi che ammiriamo con la luce del tramonto
Tongariro, il signore dei vulcani, avvolto da un manto di nuvole
Un po’ per ottimismo, un po’ per disinformazione, sottovalutiamo parecchio l’impresa.
Arriviamo con la seggiovia a quota 2000 metri.
Ne rimangono 680 alla vetta.
Non esistono sentieri.
Quello che abbiamo è solo una mappa della zona.
Ci arrampichiamo tra le rocce e i ghiacciai.
Sono passate quasi 3 ore e abbiamo appena il tempo per riposarci un attimo, che è già ora di tornare giù.
La seggiovia alle 4:00 chiude, e, se si perde l’ultimo giro, sono 2000 metri di discesa.
In discesa prendiamo una strada diversa che passa dai ghiacciai.
Ed è così che ci ritroviamo a scivolare sul ghiaccio e a saltare i piccoli fiumi del disgelo.
Siamo riusciti nell’impresa.
Abbiamo conquistato la vetta del Monte Fato.
Tanto distrutti quanto soddisfatti ci rimettiamo in marcia verso nord.
Ripassiamo da Rotorua a farci un bagno nelle sorgenti termali e proseguiamo per la Coromandel Peninsula e poi su verso Aukland.
Passiamo Aukland dall’alto della soprelevata e continuiamo verso il nord.
La foresta dei Kauri è una tappa obbligata.
I Kauri sono gli alberi giganti della Nuova Zelanda; gli dei della foresta.
Sulla via incontriamo dune gigantesche che formano vere e proprie penisole.
150 kilometri di spiaggia larghissima e bianca, percorribile in macchina.
In Nuova Zelanda non importa come sia la strada; se stretta, sterrata, su una spiaggia o in cima a una montagna con accanto il precipizio, se è fuori città il limite è sempre e comunque 100km/h.
Da Ninety Mile Beach ammiriamo un tramonto meraviglioso e ripartiamo.
Dove gli oceani si incontrano.
Ormai il mese è agli sgoccioli, è tempo di tornare a Aukland a restituire la Jucy.
Spendiamo l’ultima giornata nell’unica vera metropoli di questa nazione e, dopo una nottata in aeroporto, prima dell’alba, si risale sull’aereo.
Si torna in Australia.
Kia-Ora Aotearoa.
New Zealand: Paradiso e Inferno
Nel cuore della notte sbarchiamo a Wellington, la capitale.
Il giorno seguente lo passiamo passeggiando per il centro e visitando il museo.
L’isola del nord era la vera terra dei Maori; solo pochi, infatti, abitavano l’isola del sud in quanto troppo selvaggia e montuosa.
Qui al museo di Wellington è ricostruito un po’ della loro storia.
La storia di un popolo di guerrieri e artisti, che tutt’oggi è fiero delle sue tradizioni, della sua arte e della sua lingua (hanno anche un canale televisivo in lingua Maori).
Probabilmente l’aver accolto gli inglesi massacrandoli e mangiandoli gli ha fatto guadagnare un certo rispetto.
Partiamo alla volta del monte Taranaki.
È il più grande vulcano della Nuova Zelanda e svetta dal mezzo di una pianura sul mare.
L’effetto è impressionante.
La prossima destinazione è il centro dell’isola dove si trovano altri due vulcani.
Per raggiungerli, la mappa segna una strada diretta con, a un certo punto, una parte sterrata.
Ovviamente la imbocchiamo e il cartello che ci troviamo davanti è: “Forgotten World Highway”
5 ore di guida per una strada stretta che serpeggia tra le montagne e le valli nel mezzo della giungla.
Non c’è anima viva.
Il paesaggio è da paradiso perduto.
La vegetazione, gli uccelli, gli odori e i suoni, sono così alieni che non ti meraviglierebbe veder passare anche un dinosauro.
Ad un tratto, circa nel mezzo, si incontra il cartello “Welcome to the Republic of Whangamomona“
È così che passiamo in mezzo ad una comunità di tagliaboschi ferma agli anni ’50.
Macchine, abbigliamento, case, tutto di un’altra epoca.
E la cosa ancor più impressionante è stata vedere come, al nostro passaggio, tutte le attività si fermassero e, nel silenzio, tutti gli sguardi si voltassero verso di noi.
Cosa fosse quella comunità, perché vivessero in mezzo alla foresta e perché si fossero proclamati “Repubblica” sono misteri, per me, irrisolti.
Proseguendo l’asfalto finisce e la strada si stringe.
Guidiamo attraverso gole e foreste fino a giungere ad un fiume.
Questo luogo ospita la tomba dell’esploratore che, un secolo prima, cercò di mappare la via per attraversare questo paradiso dimenticato dall’uomo.
Le ore passano e la strada sembra non finire mai.
A notte ormai calata, arriviamo finalmente alla fine e troviamo un centro abitato “normale” dove festeggiamo con un gigantesco fish & chips; anzi, fesh & cheps, visto che i neozelandesi invertono le “E” e le “I” (un altro grande mistero linguistico).
Il tempo promette tempesta, quindi decidiamo di rimandare i vulcani e ci dirigiamo alla volta di Rotorua.
Visto il diluvio universale in corso, approfittiamo per andare a visitare le caverne di Waitomo, luogo che ospita un bizzarro animaletto il Glow Worm, il verme luminoso.
Centinaia e centinaia di questi animali creano, nella completa oscurità delle caverne, dei veri propri cieli di stelle blu elettrico.
Uno spettacolo di quelli che capita di rado vedere.
Rotorua, costruita in mezzo ad un’enorme area geotermica, era il cuore della cultura Maori.
Per i Maori, infatti, il calore di questa terra era un elemento essenziale della loro vita, poiché dava loro calore, acqua bollente, pietre roventi per cucinare e tanto altro.
Quando gli esploratori arrivarono qui la prima volta, pensarono di essere alle porte dell’Inferno.
E non si può dargli dargli tutti i torti.
Ovunque ci sono crateri ribollenti d’acqua o fango.
I tombini fumano e l’intera zona è pervasa da un forte odore di zolfo.
Ovunque ci sono laghi fumanti e dai colori più strani.

E ancora fiumi roventi e geyser che sputano acqua e vapore fino a 10 metri d’altezza.
È interessante pensare a come questo luogo per gli occidentali fosse l’inferno e per i Maori fosse un dono della Madre Terra.
Questione di punti di vista.
Concludiamo la nostra visita con un lungo bagno in una piscina naturale, incontro di due fiumi, uno freddo e uno caldo, dove basta spostarsi di un passo per trovare la temperatura che si preferisce.
È tempo di tornare dai nostri vulcani. Il Monte Fato ci attende.
Il giorno seguente lo passiamo passeggiando per il centro e visitando il museo.
L’isola del nord era la vera terra dei Maori; solo pochi, infatti, abitavano l’isola del sud in quanto troppo selvaggia e montuosa.
Qui al museo di Wellington è ricostruito un po’ della loro storia.
La storia di un popolo di guerrieri e artisti, che tutt’oggi è fiero delle sue tradizioni, della sua arte e della sua lingua (hanno anche un canale televisivo in lingua Maori).
Probabilmente l’aver accolto gli inglesi massacrandoli e mangiandoli gli ha fatto guadagnare un certo rispetto.
Partiamo alla volta del monte Taranaki.
È il più grande vulcano della Nuova Zelanda e svetta dal mezzo di una pianura sul mare.
L’effetto è impressionante.
La prossima destinazione è il centro dell’isola dove si trovano altri due vulcani.Per raggiungerli, la mappa segna una strada diretta con, a un certo punto, una parte sterrata.
Ovviamente la imbocchiamo e il cartello che ci troviamo davanti è: “Forgotten World Highway”
5 ore di guida per una strada stretta che serpeggia tra le montagne e le valli nel mezzo della giungla.
Non c’è anima viva.
Il paesaggio è da paradiso perduto.
La vegetazione, gli uccelli, gli odori e i suoni, sono così alieni che non ti meraviglierebbe veder passare anche un dinosauro.
È così che passiamo in mezzo ad una comunità di tagliaboschi ferma agli anni ’50.
Macchine, abbigliamento, case, tutto di un’altra epoca.
E la cosa ancor più impressionante è stata vedere come, al nostro passaggio, tutte le attività si fermassero e, nel silenzio, tutti gli sguardi si voltassero verso di noi.
Cosa fosse quella comunità, perché vivessero in mezzo alla foresta e perché si fossero proclamati “Repubblica” sono misteri, per me, irrisolti.
Proseguendo l’asfalto finisce e la strada si stringe.
Le ore passano e la strada sembra non finire mai.
Il tempo promette tempesta, quindi decidiamo di rimandare i vulcani e ci dirigiamo alla volta di Rotorua.
Visto il diluvio universale in corso, approfittiamo per andare a visitare le caverne di Waitomo, luogo che ospita un bizzarro animaletto il Glow Worm, il verme luminoso.
Centinaia e centinaia di questi animali creano, nella completa oscurità delle caverne, dei veri propri cieli di stelle blu elettrico.
Uno spettacolo di quelli che capita di rado vedere.
Rotorua, costruita in mezzo ad un’enorme area geotermica, era il cuore della cultura Maori.Per i Maori, infatti, il calore di questa terra era un elemento essenziale della loro vita, poiché dava loro calore, acqua bollente, pietre roventi per cucinare e tanto altro.
Quando gli esploratori arrivarono qui la prima volta, pensarono di essere alle porte dell’Inferno.
E non si può dargli dargli tutti i torti.
Ovunque ci sono crateri ribollenti d’acqua o fango.
Questione di punti di vista.
Concludiamo la nostra visita con un lungo bagno in una piscina naturale, incontro di due fiumi, uno freddo e uno caldo, dove basta spostarsi di un passo per trovare la temperatura che si preferisce.
È tempo di tornare dai nostri vulcani. Il Monte Fato ci attende.
New Zealand: La giungla, i ghiacciai e le dune
Passata Queenstown comincia una strada surreale.
Una lunga striscia d’asfalto che serpeggia tra montagne a perdita d’occhio, il tutto coperto di giungla pluviale.
Il tempo da lupi, oltre che rallentare considerevolmente la marcia, crea un’atmosfera incredibilmente suggestiva.
Arrivati nuovamente al mare, proseguimmo verso nord alla volta dei Ghiacciai Fox e Franz Josef.
Due giganteschi ghiacciai vecchi di migliaia di anni, la cui posizione rimane ai miei occhi inspiegabile.
Due ghiacciai, immersi nella foresta pluviale, a 5 kilometri dalla spiaggia.
Nonostante li abbia visti, ancora stento a crederci.
Tutta la strada che corre lungo la costa ovest è assolutamente incredibile.
Correre nella giungla, tra le montagne e il mare.
Una di quelle cose che non pensi possibile.
Che se qualcuno ti dice, gli dai una pacca sulla spalla e gli consigli un po’ di riposo.
Ma quando ci corri in mezzo capisci che, prima, hai riposato anche troppo.
Lungo questa strada, poi, si incontrano altre bizzarrie come le Pancake Rocks.
Scogliere a strati regolari che ricordano davvero degli enormi pancakes.
Ovviamente, un altro rompicapo per i geologi.
Come a sud, anche a nord la strada sulla costa si interrompe e bisogna tornare nell’entroterra.
E così, fermandosi mezza giornata lungo la via, a godere delle sorgenti termali di Hamner, riattraversiamo l’isola e torniamo sulla costa est.
A Keikura facciamo il nostro primo serio incontro con le foche.
Le foche nell’isola del sud sono cosa comune, e ci era già capitato di incontrarne, ma non così tante, sulla spiaggia della città.
Ripartiamo per il nord e, arrivati in cima, riprendiamo la via per la costa ovest.
Gli incontri con le foche, lungo la strada, abbondano.
Incappiamo anche in un luogo molto particolare.
La sorgente d’acqua più pura del pianeta.
E poi si va su ancora, cenando a pasta con vongole pescate sulla spiaggia e addormentandosi con le onde del mare, proseguiamo verso nord ovest.
Giungiamo infine al Farewell Spit.
Una lingua di sabbia “sputata” dalla terra che si estende per più di 25 kilometri.
Pensate a una grande isola che, per salutarvi dopo la vostra permanenza, vi lancia un gigantesco “sputo” di sabbia.
Una visione decisamente originale.
Tutta la punta nord ovest dell’isola è sabbiosa.
Seguendo il consiglio di una coppia di signori tedeschi imbocchiamo una strada sterrata che porta ad una fattoria.
Da qui si prosegue a piedi attraverso le colline tra mucche e pecore e infine si giunge a Cape Farewell, la meta.
Una distesa di dune che finiscono nel mare.
Al momento del nostro arrivo oltre a noi c’erano solo foche e gabbiani.
Un altro capolavoro della natura che appartiene a questa terra.
Prima di riuscire ad accorgercene, è tempo di rimettersi in marcia alla volta di Picton.
Riattraversiamo tutto il nord e arriviamo con largo anticipo in questo ridente paesello la cui unica ragione di esistenza e il molo dei traghetti per l’isola del nord.
Il nostro traghetto parte la sera e purtroppo perdiamo in parte lo spettacolo di Marlborough Sound, il gigantesco fiordo su cui sorge Picton.
La luna però ci ricompensa ugualmente con uno spettacolo altrettanto magico.
Farewell South Island.
Una lunga striscia d’asfalto che serpeggia tra montagne a perdita d’occhio, il tutto coperto di giungla pluviale.
Il tempo da lupi, oltre che rallentare considerevolmente la marcia, crea un’atmosfera incredibilmente suggestiva.
Arrivati nuovamente al mare, proseguimmo verso nord alla volta dei Ghiacciai Fox e Franz Josef.
Due ghiacciai, immersi nella foresta pluviale, a 5 kilometri dalla spiaggia.
Tutta la strada che corre lungo la costa ovest è assolutamente incredibile.
Correre nella giungla, tra le montagne e il mare.
Che se qualcuno ti dice, gli dai una pacca sulla spalla e gli consigli un po’ di riposo.
Ma quando ci corri in mezzo capisci che, prima, hai riposato anche troppo.
Scogliere a strati regolari che ricordano davvero degli enormi pancakes.
Come a sud, anche a nord la strada sulla costa si interrompe e bisogna tornare nell’entroterra.
E così, fermandosi mezza giornata lungo la via, a godere delle sorgenti termali di Hamner, riattraversiamo l’isola e torniamo sulla costa est.
A Keikura facciamo il nostro primo serio incontro con le foche.
Le foche nell’isola del sud sono cosa comune, e ci era già capitato di incontrarne, ma non così tante, sulla spiaggia della città.
Gli incontri con le foche, lungo la strada, abbondano.
La sorgente d’acqua più pura del pianeta.
Una lingua di sabbia “sputata” dalla terra che si estende per più di 25 kilometri.
Una visione decisamente originale.
Tutta la punta nord ovest dell’isola è sabbiosa.
Seguendo il consiglio di una coppia di signori tedeschi imbocchiamo una strada sterrata che porta ad una fattoria.
Da qui si prosegue a piedi attraverso le colline tra mucche e pecore e infine si giunge a Cape Farewell, la meta.
Una distesa di dune che finiscono nel mare.
Riattraversiamo tutto il nord e arriviamo con largo anticipo in questo ridente paesello la cui unica ragione di esistenza e il molo dei traghetti per l’isola del nord.
Il nostro traghetto parte la sera e purtroppo perdiamo in parte lo spettacolo di Marlborough Sound, il gigantesco fiordo su cui sorge Picton.
La luna però ci ricompensa ugualmente con uno spettacolo altrettanto magico.
New Zealand: Il mistero dei suoni e delle uova della terra
Per la seconda volta nel giro di tre mesi, eccomi di nuovo all’aeroporto di Christchurch, di nuovo di notte, di nuovo a dormirci; questa volta, però, non da solo.
Il viaggio mio e di Vivi comincia qui.
Passata la prima giornata a passeggiare per la città, il giorno seguente andiamo a ritirare la nostra Jucy: il minvan che abbiamo preso a noleggio per questo mese in Nuova Zelanda.
Terminati i preparativi, fatta la spesa, caricati i bagagli e scippata la pentola per la pasta al Base Backpackers, partiamo.
Ci dirigiamo alla volta di Lake Tekapo e Aoraki, la montagna che i Maori considerano un dio.
Quando si arriva alle sue pendici è chiaro il perché.
Una cresta di montagne con Aoraki che spicca, tutto coperto da ghiacciai perenni.
Lo spettacolo del disgelo è impressionante.
Se guardate bene la foto noterete un puntino giallo sul lago, quello è un motoscafo.
La meta successiva sono le sfere di roccia.
Purtroppo arriviamo sul posto al momento sbagliato (alta marea) e con decisamente il tempo sbagliato (pioggia, vento e mareggiata).
E fu così che un tronco, trasportato da un’onda, mi ha simpaticamente falciato facendomi fare un bagno indesiderato, con macchina fotografica e cellulare che, da quel giorno, non si sono mai più ripresi.
Vivi, mossa a compassione, mi dà in cogestione la sua macchina fotografica per le settimane a venire e, animato da una questione di principio, il giorno dopo sono di nuovo a fronteggiare le sfere di roccia.
L’esistenza di queste formazioni rimane tuttora per i geologi qualcosa di inspiegabile.
L’idea che danno è quella di gigantesche uova di pietra, partorite dalla terra, che cercano il mare per schiudersi.

Si scende ancora lungo la costa est dell’isola del sud e arriviamo alla Otago Peninsula.
La punta di questa penisola è nota per essere la sede dell’unica colonia di albatros reali sulla terraferma.
Un incontro che ho sognato da quando ero bambino.
Un’attesa lunghissima, ricompensata dal loro volo.
I signori del cielo.
È tempo di attraversare l’isola del sud e andare sulla costa ovest, nella foresta.
La parte più a sud di questa costa e stata scavata dalle correnti marine fino a creare un dedalo di fiordi che, con scarsa fantasia, le è valsa il nome Fiordland.
Il più famoso di questi, nonché l’unico accessibile dalla terraferma, è Milford Sound.
“Sound” è il nome con cui i neozelandesi chiamano i LORO fiordi.
Tutti i fiordi del mondo sono “Fjords”, quelli neozelandesi “Sounds”.
Ho chiesto inutilmente in giro il motivo di questo nome e la risposta è sempre stata: “I don’t know, they’re just “sounds””.
Visto che la ragione del nome è un mistero, mi piace pensare che il motivo siano i suoni che il vento fa serpeggiando tra le rocce del fiordo.
Quale che sia il nome, comunque, lo spettacolo è garantito.
Sulla strada incontriamo un altro curioso luogo chiamato Mirror Lakes.
La trovata dei ranger del parco è a dir poco esplicativa.
La strada per Milford Sound è senza uscita, quindi, per proseguire sulla costa ovest, siamo costretti a farla a ritroso verso l’interno, e tornare sulla costa più a nord.
Questo ci porta a incontrare sul nostro cammino Lake Manapuori; uno lago tra le montagne dall’acqua gelida e cristallina.
Così bello da non poter resistere al tuffarsi, nonostante la temperatura.
Lungo la strada abbiamo anche il piacere di incontrare le vere signore della Nuova Zelanda: le pecore.
Arriviamo infine a Queenstown dove facciamo sosta per spesa e bucato.
Prossima tappa, foresta pluviale!
Il viaggio mio e di Vivi comincia qui.
Passata la prima giornata a passeggiare per la città, il giorno seguente andiamo a ritirare la nostra Jucy: il minvan che abbiamo preso a noleggio per questo mese in Nuova Zelanda.
Terminati i preparativi, fatta la spesa, caricati i bagagli e scippata la pentola per la pasta al Base Backpackers, partiamo.
Ci dirigiamo alla volta di Lake Tekapo e Aoraki, la montagna che i Maori considerano un dio.
Lo spettacolo del disgelo è impressionante.
Se guardate bene la foto noterete un puntino giallo sul lago, quello è un motoscafo.
Purtroppo arriviamo sul posto al momento sbagliato (alta marea) e con decisamente il tempo sbagliato (pioggia, vento e mareggiata).
E fu così che un tronco, trasportato da un’onda, mi ha simpaticamente falciato facendomi fare un bagno indesiderato, con macchina fotografica e cellulare che, da quel giorno, non si sono mai più ripresi.
Vivi, mossa a compassione, mi dà in cogestione la sua macchina fotografica per le settimane a venire e, animato da una questione di principio, il giorno dopo sono di nuovo a fronteggiare le sfere di roccia.
L’idea che danno è quella di gigantesche uova di pietra, partorite dalla terra, che cercano il mare per schiudersi.
La punta di questa penisola è nota per essere la sede dell’unica colonia di albatros reali sulla terraferma.
Un incontro che ho sognato da quando ero bambino.
Un’attesa lunghissima, ricompensata dal loro volo.
I signori del cielo.
La parte più a sud di questa costa e stata scavata dalle correnti marine fino a creare un dedalo di fiordi che, con scarsa fantasia, le è valsa il nome Fiordland.
Il più famoso di questi, nonché l’unico accessibile dalla terraferma, è Milford Sound.
“Sound” è il nome con cui i neozelandesi chiamano i LORO fiordi.
Tutti i fiordi del mondo sono “Fjords”, quelli neozelandesi “Sounds”.
Ho chiesto inutilmente in giro il motivo di questo nome e la risposta è sempre stata: “I don’t know, they’re just “sounds””.
Visto che la ragione del nome è un mistero, mi piace pensare che il motivo siano i suoni che il vento fa serpeggiando tra le rocce del fiordo.
Quale che sia il nome, comunque, lo spettacolo è garantito.
La trovata dei ranger del parco è a dir poco esplicativa.
Questo ci porta a incontrare sul nostro cammino Lake Manapuori; uno lago tra le montagne dall’acqua gelida e cristallina.
Così bello da non poter resistere al tuffarsi, nonostante la temperatura.
Prossima tappa, foresta pluviale!
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